Nell’ ultima settimana l’espressione “al femminile” ha fatto capolino come non mai su tutti i media nazionali. Rubriche televisive, programmi radiofonici, post sui social in occasione dall’appuntamento musicale più atteso e chiacchierato dell’anno hanno esasperato questo “al femminile”. Dove per “al femminile” si intende una semplice declinazione di “al maschile”.
E’ quindi un’espressione priva di significato e di valore. Non ha valore sociale, culturale e men che meno politico.
In quest’occasione nessuna e nessuno si è pronunciato sul rivendicarne l’uso o il significato.
Neppure chiedendo di sostituirla con la parola “femminista” che un significato ben preciso ce l’ha.
Una rivendicazione dei diritti delle donne nata per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico, giuridico, civile e politico. Auspicando un mutamento radicale della società e del rapporto uomo donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.
E’ evidente quindi che persiste una visione culturale molto netta, dove declinare le parole al femminile è considerato agire correttamente ed è l’unica azione prevista.
Come a voler dire “Se una cosa la declino al femminile, allora la mia parte l’ho fatta”.
Errore gravissimo.
Insisto e scelgo come pretesto questa kermesse canora per sottolineare come questi eventi, che hanno una risonanza a carattere nazionale, abbiano anche una responsabilità sociale e politica su queste tematiche.
Dalla presenza di co-conduttrici che, negli ultimi anni, durante le serate sono state relegate al ruolo di vallette con poche e sporadiche apparizioni. Il tempo per l’immancabile discesa dalla scalinata per ammirare l’outfit, un rapido e preparato scambio di battute con il presentatore e l’impostata presentazione dell’artista leggendo da un cartoncino. Bontà della trasmissione se sono stati “concessi” 10 minuti di attenzione alle co-conduttrici nella forma del monologo su cinque ore di trasmissione, e per tacere i contenuti.
A chi, quest’anno, ha sottolineato quante artiste erano presenti in gara e all’esigenza di un podio al femminile. Come se portare in finale tra le prime cinque posizioni delle artiste sia un chiaro segno di progresso sociale e non fare alcuna menzione al loro talento, bravura e professionalità che valgono molto più che fare la cosa corretta.
Concludo ricordando che tra meno di un mese, e precisamente l’8 marzo, saremo qui tra rubriche televisive, programmi radiofonici, post sui social a inneggiare al femminismo alle femministe, ma il resto dell’anno utilizzeremo la parola “al femminile”.
