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Lei

In Lei

Mamma non fare la mamma!

Lei sta rientrando a casa, quando sente L’altra rivolgersi a qualcuno dicendo: – Mamma non fare la mamma!-.

A quell’affermazione Lei sorride pensando che, anche se siamo diventate “grandi” e se ogni tanto ci fa esclamare perché le sue cure e premure ci sembrano eccessive, certe cose non sono mai cambiate.

Ti ha messo al mondo, ti ha dedicato tempo e cure per crescere e diventare grande.
Non solo ti ha dato la vita, ma è espressione stessa dell’esercizio della vita.
Ti ha trasmesso i suoi valori e ti accompagna ogni giorno con il suo esempio, un esempio di amore.
Amore vero che racchiude la cura di sé e degli altri, un amore che non conosce ostacoli e che arriva al sacrificio per amore degli altri.

Mamma è una di quelle parole che in tutte le sue forme, declinazioni e lingue ha lo stesso significato.

Ma c’è di più.
Essere madre è una vocazione.
Sentire quell’afflato secolare che genera il mondo, quella vocazione alla cura e all’amore incondizionato, quell’occhio che guarda al futuro e ai suoi pericoli, quell’essere radici profonde nel terreno e fronde che si muovono soffiate dal vento.

Essere madre non dipende dalla possibilità di generare la vita, ma di alimentarla e allenarla alla felicità.

E finché ci sarà possibile, saremo felici di sapere che lei è qui con noi.
Anche dicendo ogni tanto: – Mamma non fare la mamma!-

In Lei

Pride

– Allora, raccontaci! Com’è andato il Pride?- chiede L’altra con curiosità.

Lei accoglie con un sorriso quella domanda e la mente corre al sabato precedente quando lei ed altre amiche sono state al Pride. Al Pride della loro città.

3500 persone. Numeri piccoli se confrontati a quelli dei Pride delle grandi città, ma importanti se rapportati al tessuto sociale di quel piccolo e turistico capoluogo del Nord Italia.

Una parata coloratissima, volti e sorrisi, canti a squarciagola, abbracci malgrado il caldo afoso, cartelli e striscioni, ventagli arcobaleno e bandiere.
Giovani, giovanissimi, giovanissime e meno giovani, chi al primo Pride e al primo coming out, chi immancabile presenza.
Chi dai palazzi, sotto i quali passa il corteo, si affaccia salutando e sorridendo e chi si unisce lungo il percorso.
Comunità e alleanza.

La parata dell’orgoglio.
Della libera espressione, dei diritti, dell’inclusione e della diversità.
E’ la festa di chi non era invitato/a alla festa.

Ma ripensa anche a chi, mentre sfilavano in corteo nel centro storico, guardava a quell’onda colorata con disprezzo, disapprovazione e intanto filmava con lo smartphone per immortalare e condividere il proprio giudizio. E chi impavidamente sussurrava un’espressione irripetibile all’indirizzo di quell’onda.

Chi interpreta e categorizza il Pride come una sessualizzazione, urla alla decadenza dei costumi, attribuisce un valore morale ad una manifestazione politica di rivendicazione di diritti dimentica o non è a conoscenza che chi ha un’orientamento sessuale e/o un’identità di genere non conforme spesso cresce sviluppando una personalità non sua, per non essere vista, per non sentirsi sbagliata, per non essere insultata, per non essere picchiata e per cercare di essere amata.

Ed il Pride è momento di rivendicazione. Esporsi, uscire, festeggiare e divertirsi.

E’ la festa di chi non era invitato/a alla festa.

In Lei

Loro

Passando oltre l’ingresso e temporeggiando davanti agli uffici che si affacciavano su quel piccolo corridoio intravide Loro e pensò di essere tornata indietro di 7 anni.
Pareti bianche, porte a vetro, scrivanie e sedute bianche, laptop, borracce su ogni postazione e lavagne interattive alle pareti. Era davvero tornata indietro di 7 anni, quando si era affacciata per la prima volta nel mondo degli adulti: il lavoro.

E Loro erano lì. 7 visi le sorridevano curiosi e 14 occhi indagatori la squadravano dalla testa ai piedi.

– Ragazze lei è Lei -.
La introduceva la voce squillante della capoufficio.
Lei abbozzo un – Ciao! – accompagnato da un sorriso entusiasta e rassicurante.
Si chiedeva come si sarebbe trovata lì.
Si chiedeva con chi tra quelle sue nuove colleghe sarebbe andata d’accordo e con chi un po’ meno.
Tutto lì apparentemente sapeva di novità: nuovi stimoli, nuovi progetti e nuove persone.
Ma quei 7 visi le riportarono alla memoria un ricordo lontano e non esattamente il più felice.

Le differenze tra Lei e Loro emersero molto velocemente.

Nelle settimane e mesi a seguire vedere Loro lì in quell’ufficio davanti ai loro pc a smistare mail, gestire le pratiche, rispondere alle chiamate dei clienti, scambiare due chiacchiere e consigli le aveva fatto percepire quel contesto come la cosa più lontana da lei. E le sembra impossibile pensare che lei lì ci lavorava.

Ma aveva imparato a conoscerle.

Eleonora, Alba, Cecilia, Caterina, Federica, Sara, Alessia.

Eleonora non amava quel lavoro, ma pagava bene e a casa servivano due stipendi per pagare il mutuo e poi aspettava il secondo figlio e presto sarebbe andata in maternità.
Alba era al suo primo lavoro post laurea, dopo un anno era ancora precisa e irreprensibile, restava china sulla scrivania fino alle 18.05.
Cecilia travolgeva tutte con le sue chiacchiere: lavoro, sport, amori, figli e gossip il suo sottofondo preferito.
Caterina amava lamentarsi del lavoro, ma era sempre la prima a farsi in quattro per tutti e per l’azienda.
Federica aveva un approccio zen a tutto, non conosceva la parola urgenza e amava darsi tempo e dare tempo.
Sara pensava sempre a come migliorare il suo lavoro e quello delle altre, proponendo soluzioni e alternative.
Alessia sprigionava entusiasmo ad ogni lavoro, pratica, cliente e progetto.

Obiettivi diversi, visioni diverse, motivazioni diverse ma erano tutte donne che sgomitavano nel loro quotidiano per avere un loro spazio: qualcuno che le ascoltasse, le vedesse e qualcosa o qualcuno per cui quel lavoro avesse un senso.

Lei questa cosa l’avrebbe compresa solo molto tempo dopo averle salutate.

1 In Lei

Ma mi avrà vista?

Lei e L’altra spesso se lo chiedono: – Ma mi avrà vista? -.
Non è vanità né segno di insicurezza. Lei e L’altra in contesti e situazioni diverse si trovano a chiedersi se sono viste.

Se sono viste, percepite e considerate. Per loro è una missione.
Tutti i giorni, ogni giorno. Che sia al lavoro in riunione, ad evento in una conversazione, in aula durante una lezione, al supermercato in coda alla cassa, in piedi sul metro, essere viste è e rimane una missione.

Beatrice è al secondo anno di master in Digital Comunication a Milano, non ha esattamente chiaro che cosa farà da grande. Per il momento preferisce pensare agli studi e poi deciderà. Però sa cosa le piace: creare contenuti per i social che sappiano parlare di lei, del suo stile, delle sue passioni e i suoi interessi. Attenta alla lezione ed appassionata all’ argomento, alza la mano. E’ sicura di essere stata la prima ad alzare la mano, ma non le viene data la parola e si chiede: – Ma mi avrà vista?-.

Maria Carla ha da poco superato i 50 anni e da 22 lavora per la stessa azienda sulla quale ha investito un mutuo, un matrimonio, due figli e le vacanze nella casa al mare. Si occupa di contabilità, ma il suo sogno è sempre stato aprire un vivaio. Ed è certa del fatto che anche oggi, come ogni giorno, dovrà rincorrere il titolare per parlare di quella pratica e che lui senza rivolgerle lo sguardo le risponderà: – Dopo, dopo -. E lei penserà: – Ma mi avrà vista?-.

Francesca continua nervosamente a tormentarsi le unghie, ha passato settimane e prepararsi a questo evento e spera che tutto vada come previsto. In quel momento si presenta all’ingresso la persona che dovrebbe incontrare. Lui fa un chiaro gesto di saluto verso la sua direzione, le cammina incontro e passa oltre per raggiungere un gruppo di persone. Lei con il saluto e le parole sospese lo segue con lo sguardo e pensa: – Ma mi avrà vista?-.

In Lei

Lei piace

Lei piace.
Lei piace a tutti e a tutte.
Persino a chi non vuole piacere.

Non sa come né perché, ma è così. E’ sempre stato così.

Da bambina capiva di piacere quando davanti ai genitori le facevano i complimenti per le sue maniere tanto educate e quando trovava una nuova amica con cui condividere i giochi.

Crescendo si è accorta che effettivamente lei piace.

Lei piace quando salutando qualcuno sente lo sguardo fisso nei suoi occhi, come se quel qualcuno volesse penetrare nelle profondità del suo animo.

Lei piace quando le chiedono la sua opinione persino quando non ne ha una.

Lei piace quando la cercano per poterle fare una confidenza o trovare una parola di conforto.

E tante volte si è chiesta se veramente lei provava o prova piacere a piacere alle altre persone.
E tante volte avrebbe voluto e vorrebbe sottrarsi al piacere alle altre persone, perché spesso questo per lei ha significato e significa non tradire le aspettative.

Piacere a tutti i costi.

E’ un mantra che si è portata dentro per tanto tempo.
E ha fatto di tutto per concretizzarlo: ricercando parole nuove per risultare interessante, scegliendo maniere curate per suscitare ammirazione, adottando un’andatura elegante per distinguersi, optando per un abbigliamento che esalti la sua femminilità e in tutte quelle altre cose in cui una donna (ahimè!) viene valutata.

Ma poi in quel Piacere a tutti i costi si trovava scomoda.
Non era Lei, almeno non la vera Lei.

Lei piace.
Ne è consapevole e se ne cura un po’ meno.

In Lei

La verità

Bugiarda è forse una parola un po’ forte per descriverla. Lei non è bugiarda.
Piuttosto ha sempre preferito raccontare qualcosa che risulta verosimile. Simile alla verità, ma non la verità.

Aveva iniziato molto presto a raccontare bugie, piccole bugie. E sempre a fin di bene.
Come quella volta che da piccola raccontò a sua madre di aver fatto esattamente, come le era stato detto di fare, per non essere sgridata. E quando si accorse che questa piccola astuzia, se usata con moderazione, le evitava seccature pensò che non sarebbe stato così sbagliato usarla di tanto in tanto.

Inizialmente si era trattato di piccole bugie per evitare rimproveri o di essere messa in castigo.
Crescendo inizio a raccontarle per mantenere agli occhi degli altri un immagine irreprensibile, per rafforzare la sua posizione o per colmare lacune o mancanze.
Faceva particolare attenzione a cosa raccontava, come raccontava e a chi raccontava.
E archiviava accuratamente l’informazione per eventuali usi futuri, si intende.

Il segreto stava tutto nella preparazione.
Se si trovava in una situazione che immaginava avrebbe provocato conseguenze difficili da gestire e quindi un’inevitabile bugia, Lei le anticipava. Si preparava analizzando la situazione, sezionandola in tanti pezzi e costruiva a tavolino una situazione verosimile. Ed infine la ripeteva mentalmente più e più volte.
Ogni volta che ripercorreva mentalmente una nuova situazione, ecco che la arricchiva di nuovi dettagli affinché fosse il più credibile possibile. E la imparava a memoria al punto che finiva per crederci lei stessa!

Se funzionava quello che Lei raccontava?
A giudicare dal risultato sì.
Ci credevano, ci credevano per davvero.

Arrivò ad imparare così bene la parte che, in alcuni casi, sostenne la farsa per mesi se necessario.

Fu mai scoperta?
Non esattamente.
Ma ad un certo punto qualcosa iniziò a vacillare.

Si accorse che si tratta pur sempre di un lavoro a tempo pieno che richiedeva una grande inventiva, memoria e strategia.
E più di una volta pensò di arrendersi, raccontare la verità e affrontare le conseguenze.
Ma era più forte di lei. Ormai da troppo tempo raccontava una versione più colorata, viva e divertente della verità.

Lei non è da biasimare.
Non fa nulla che altre persone non fanno e cioè raccontare la sua verità. Colorandola, arricchendola di particolari più o meno reali, aggiungendo qua, togliendo là.

Il confine tra menzogna e verità è più sottile di quello che pensiamo.

Forse Lei più di altre né è consapevole.

In Lei

Lei (non) si è rotta

Lei non capiva cosa non andasse in lei.
Proprio non capiva.

Eppure nelle ultime settimane, se non mesi, se lo sentiva dire spesso da Lui.
C’era qualcosa in lei che non andava, non era più come prima e sembrava che lei di punto in bianco si fosse “rotta”.

Sì, rotta.
Proprio come una macchina che non funziona più, come un’avaria al motore, come i dischi dei freni che usurati non frenano più.
Ma non capiva dove, come e quando lei si fosse rotta.
Se poi era vero che fosse rotta.
Più passava il tempo e più quel sospetto di essere rotta, che Lui aveva insinuato, si faceva spazio nella sua mente. E lei ci credeva. Finì per convincersi.

Lei era un’auto da corsa, rossa, veloce, sgargiante, ad alte prestazioni ed elegante nel contempo. Lei era così nel suo lavoro.
Ma non riusciva a capire perché, sulla chicane all’ultima curva, lei non avesse sterzato in tempo e fosse finita contro il guardrail. Si era schiantata, era rotta.
E non si trovano i pezzi per rimetterla insieme. Neppure lei sapeva cosa si fosse rotto e cosa andasse riparato o sostituito.

Il sospetto di Lui e la convinzione di Lei incrinarono il rapporto.
Quel rapporto professionale che si era instaurato fin dal primissimo giorno, fatto di rispetto, considerazione, stima, ammirazione e simpatia… a poco a poco venne meno.

Lui la sfidò.
Non potrà mai dimenticare quel giorno, Lei.
Iniziato come un giorno come tanti altri vide l’ennesimo scontro tra Lui e Lei. Il pretesto un errore. Lui voleva vedere fino a dove si sarebbe spinta lei. E Lei, anche se in difficoltà, attinse a quelle risorse su cui sapeva di poter ancora contare.
Il giorno dopo venne convocata nell’ufficio di Lui, che le comunicò la ferma decisione di ridimensionarla a nuove mansioni.
Lei accolse la notizia in un freddo silenzio senza far trasparire alcuna emozione.
Quel giorno Lei prese la ferma decisione di intraprendere una strada per cui quella collaborazione avrebbe presto visto la sua conclusione.

Trascorsero alcuni mesi dopo i quali ci fu un piccolo riavvicinamento professionale che Lei accolse tiepidamente: non si fidava. Non si fidava più, qualcosa tra loro due si era rotto.

Una mattina di primavera, appena arrivata in ufficio, Lei si presento nel suo ufficio per comunicargli le sue dimissioni.

Non c’era nulla di sbagliato o rotto in lei. Non c’era mai stato.
Semplicemente qualcosa in lei era cambiato.

In Lei

Lei e le Altre

Era sempre stato così. Lei e le Altre.
Si era sempre sentita messa a confronto con le Altre.

Sola o Fidanzata.
Convivente o Sposata.
Separata o Divorziata.
Moglie o Madre.
Moglie e Madre.
Casalinga o Lavoratrice.
Operaia o Impiegata.
Manager o Imprenditrice.
Eterosessuale o Lesbica.
Giovane o Vecchia.
Ventenne o Quarantenne.
Trentenne o Cinquantenne.
Bella o Brutta.
Magra o Grassa.
Alta o Bassa.
Mora o Bionda.
Fedele o Infedele.
Chiacchierona o Silenziosa.
Timida o Estroversa.
Modesta o Provocante.

Etichette prescrittive per cristallizzarla e per vincolarla a ruoli sociali voluti da Altri.
Ruoli sociali che sono azioni, comportamenti, aspettative, proiezione di sè. E diventano quotidiana realtà.
Limiti e recinti entro i quali muoversi e agire. Confini sottili e invalicabili.

Lei e le Altre.
Le Altre e Lei.

In Lei

Lei era il suo lavoro

Lei era il suo lavoro. Lo era sempre stato.
A tal punto che non riusciva a ricordarsi come fosse la sua vita prima e neppure ad immaginare la sua vita senza.

Adorava il lunedì mattina e odiava i giorni segnati in rosso sul calendario.
Si entusiasmava all’idea della riunione con i vertici aziendali e si agitava al pensiero di cosa fare la domenica.
Amava fare tardi in ufficio e non sopportava assentarsi dal lavoro.

Lei era il suo lavoro. A tal punto che quando si presentava ad estranei non diceva “Io mi occupo di …”, ma ” Io sono …”.
Le piaceva parlarne con passione ed entusiasmo fino a scendere nel più piccolo dettaglio per rendere partecipe l’interlocutore. Lei non svolgeva il suo lavoro, ma si identificava in esso.

Guardandosi attorno non riusciva a comprendere perché le altre persone non avessero altrettanta abnegazione.
Lei faceva più di quanto le era richiesto perché desiderava farlo e si stupiva di fronte a chi faceva il minimo.

Mentre le altre persone sembravano insoddisfatte o semplicemente si guardavano attorno, Lei pensava che mai avrebbe cambiato ruolo, azienda, settore.

Se qualcuno avesse cercato la definizione di “workaholic“, non avrebbe potuto non pensare a lei.

Tutto questo un giorno le si ritorse contro.

Burnout.

Si era “bruciata”. Completamente.
Cosa l’aveva “bruciata? Non il lavoro che tanto amava. Ma qualcosa che si trovava in fondo, molto in fondo. Qualcosa che abita nella parte più recondita e oscura della coscienza umana. Quella cosa aveva lavorato silenziosamente e ininterrottamente, fino a quando Lei si era ferma e allora era uscita allo scoperto.

Allora Lei non potè nulla. Neanche il suo lavoro.
Anzi, dovette lasciarlo per il suo bene e quello degli altri.
E aiutarsi e farsi aiutare.

Lei non sarebbe più stata il suo lavoro. O almeno ci avrebbe provato.

In Lei

Favorita

Favorita
s. f. [part. pass. femm. di favorire]. – 1. Donna che gode del particolare favore di un uomo potente; indica per lo più l’amante di un sovrano, di un principe, di un alto personaggio

Questa è la prima definizione che compare sul vocabolario Treccani alla voce Favorita.

Lei era la Favorita e non lo sapeva.
Almeno fino a quando non si rese conto che gli altri pensavano questo di lei.
Gli altri non si spiegavano perché quella che all’inizio era stata presa come stagista, con alle spalle una breve esperienza nel settore, poteva essere stata scelta per seguire quello ed altri progetti. Si erano convinti che il capo avesse visto in Lei la sua bella presenza e niente più. Pertanto a denti stretti la chiamavano “la favorita” e ne nacquero gelosie e cattiverie.

Lei era fin troppo consapevole di ciò che gli altri non sapevano.
Ossia che lei era stata presa in quanto aveva dimostrato prima sulla carta e poi sul campo di avere un potenziale, ma di non aver avuto sino ad allora modo di metterlo in luce. Lui, il capo, l’aveva intuito. Quindi, anche se l’aveva trovata di aspetto gradevole, era rimasto maggiormente colpito dal suo entusiasmo e dalla sua ambizione.
Forse sì, Lei un po’ favorita lo era. Come le favorite più note alla storia, anche Lei era ambiziosa. La sua non era fame di ricchezza o di potere, aveva fame di sapere, di competenze e di esperienze. E Lui questo glielo poteva dare e glielo avrebbe dato.

Lei si rese subito conto di essere, come ogni favorita, poco gradita e scomoda, ma fu altrettanto in grado grazie anche al supporto di Lui di crearsi una rete di valide alleanze. E con l’impegno e la passione che fu in grado di esprimere, Lei riuscì ad ottenere ottimi risultati, anche migliori delle previsioni che Lui aveva fatto. E questo non fece altro che rafforzare la collaborazione tra i due e… le malelingue.

Questo però non la distoglieva dai suoi progetti, né dagli obiettivi che si era posta, nei quali poneva tutto il suo entusiasmo, tutto il suo impegno e tutta la sua passione.

Ma anche le più famose favorite ad un certo punto della storia sono uscite di scena.
No, lei non è stata “spodestata” da un’altra favorita. Semplicemente il suo tempo in quella “corte” era finito.
Aveva appreso ciò che c’era da apprendere, aveva imparato da Lui strategie ed astuzie, aveva acquisito nuove competenze e una nuova consapevolezza.

Lei non dimenticò mai quando, a pochi giorni dal suo ultimo giorno di lavoro, una collega le chiese se Lui le avesse mai fatto delle avances. Lei sorrise e con estrema eleganza rispose: – No, mai. –
In quel momento ebbe la conferma, che era e sarebbe sempre stata ricordata come la Favorita.