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In Donne alleate e Uomini solidali

Buon Compleanno La Cincinella!

Buon Compleanno La Cincinella! Oggi compie due anni.

Se potesse soffiare la candeline sulla torta ed esprimere un desiderio, sarebbe sicuramente quello di poter continuare a dare vita ad un progetto meraviglioso come questo.
Pagine come queste che hanno raccolto storie di Donne alleate e uomini solidali, mille sfaccettature di Lei e L’altra e pensieri (quelli che si è ricordata di trascrivere) di una Cincinella.

E in effetti per questo compleanno un sorpresa c’è: Donne alleate e uomini solidali è diventato un progetto reale.

Un modello di innovazione culturale a cui aspirare frutto di osservazione, riflessione e teorizzazione che prende forma.
Dove l’alleanza tra donne fatta di fiducia, stima e rispetto reciproco sprigiona energia positiva creatrice e innovatrice.

Un progetto che vive e si trasforma oggi è uno spazio fisico pensato per le donne che con altre donne condividono il desiderio di crescita e autorealizzazione.
Un laboratorio di sperimentazione in un ambiente inclusivo, condiviso e aperto all’autentica esperienza umana e relazionale del coaching umanistico.
Dove dialogo, ascolto, rispetto, educazione e condivisione sono elementi chiave.

Si chiama “Donne Alleate: laboratorio di Coaching Umanistico”.

Ed io non posso che essere più felice di così.

Buon Compleanno La Cincinella! E buon compleanno a tutte le Donne Alleate!

In Donne alleate e Uomini solidali

Il mio valore

-Ho riconosciuto il mio valore!-
Cosa ci può essere di più gratificante che vedersi e riconoscersi? Riconoscere il proprio valore.

– Devo dirti una cosa importante!-. Così ha esordito Silvia.
Un misto fra la concitata eccitazione e l’urgenza di confessarmi qualcosa di importante.
Tutta orecchi e con la mente aperta ad accoglierla mi appresto a ricevere le sue parole.

-Ho riconosciuto il mio valore!-

Il mio cuore si allarga e si riempie al suono di quelle parole. Sgrano gli occhi colmi di meraviglia e rilasso il viso in un sorriso sincero.
E continua: – Ho capito quanto valgo. In queste settimane, durante queste ultime esperienze professionali e vissuto personale, ho capito quanto valgo.-
Come un fiume in piena Silvia mi racconta delle esperienze che ha vissuto nelle ultime settimane, delle opportunità che ha colto e grazie alle quali si è messa alla prova. Ha misurando le sue capacità tecniche nel suo campo, la pasticceria, ed ha riconosciuto le sue potenzialità nella relazione con gli altri e nelle dinamiche professionali dandosi il tempo di osservarsi e comprendersi.

Aggiunge poi: – E ho anche capito che non sono disposta a scendere al di sotto di questo, a valutarmi meno e a lasciare che gli altri mi valutino meno di quanto io valgo.-
– Grande Silvia!- penso.

– Questo è il mio valore, non lo baratto con niente e con nessuno. Quindi chi vuole lavorare con me deve avere valore, riconoscerlo tanto quanto io riconosco e valorizzo il mio-.

E per concludere ha aggiunto: -Grazie perchè questo percorso lo devo a te!-

In Pensieri di una cincinella

Ho detto di no

No è una delle parole più difficili da dire.
Breve e coinciso.
No non ammette repliche, non apre ad alternative e spesso è accolto con disappunto.

No è una delle parole che con più difficoltà ho iniziato a dire.
E’ una di quelle parole che, nell’anno che stiamo per salutare, ho iniziato a dire con più convinzione e altrettanta difficoltà.

Ho detto di no a tante cose.

Alle persone.
Dire No alle persone è dire No alle relazioni.
Qualunque sia la loro natura, queste sono fatte per darci, insegnarci, supportarci. Ma quando queste non danno valore aggiunto alla nostra vita, quando in mancanza di queste non avvertiamo differenza, allora qual è il motivo di mantenerle vive?
Per abitudine o per timore o per senso di colpa? Non staremmo forse rubando tempo e spazio ad altre relazioni e persone a cui vorremmo dire Sì?

Alle aspettative.
Dire No alle aspettative proprie e altrui.
Aspettative che nell’ attesa e nell’incertezza che si realizzino non permettono di vivere il momento.
E se ci dessimo il permesso di cambiare idea sulle aspettative ogni qual volta lo desideriamo?

Ai progetti.
Dire No ai progetti perché i nostri obiettivi sono cambiati, perché non percepiamo più la stessa soddisfazione, perché sentiamo il desiderio di fare altro, perché semplicemente ne vediamo la fine.
Ed è giusto così.
Lasciamo che la nostra mente guardi verso nuovi orizzonti, che la nostra creatività prenda nuove e inesplorate forme, che le nostre energie si protendano verso inaspettati risultati.

Dire No importanti per dire Sì altrettanto importanti.

Ho detto di no significa dire Sì a se stesse.
Sì ad ascoltare se stesse e le proprie idee, meditando ed elaborandole con parole nuove.
Ad assecondare i propri desideri.
A non scendere a compromessi con se stesse.
Dire No è un grande gesto d’Amore che possiamo fare per noi.

Voglio concludere questa riflessione e questo anno con una filastrocca.
E’ una filastrocca pensata per i bambini affinché la leggano le persone adulte.

Ho detto di no
E non lo farò
Che se per natura
la testa l’ho dura
Cambiar non si può
Ho detto di no.
Ho detto di sì,
e voglio così!
Ché sono capace,
se questo mi piace,
di star tutto il dì
a dire di sì.

Zuccone di Lina Schwarz

Buon Anno Nuovo! da La Cincinella.

In Pensieri di una cincinella

La prevalenza del maschile

– Buongiorno a tutti!-.
– I medici hanno detto che… -.
– Si avvisano gli alunni e per loro tramite le famiglie… -.

Sono frasi che più di una volta avremmo sicuramente sentito dire o letto.
Accumunate da un solo elemento: la prevalenza del maschile.

Non pensiate che voglia qui aprire un dibattito linguistico, quanto piuttosto aprire una riflessione sull’impatto sociale e culturale che il linguaggio ha nella vita di tutti i giorni.

L’uso di un linguaggio che non prevede necessariamente la prevalenza del maschile, e quindi inclusivo, diventa argomento di dibattito nell’opinione pubblica a fasi alterne.

Polemiche e opinioni contrastanti si susseguono sulla legittimità o meno del suo uso.
Da una parte c’è chi sostiene che il linguaggio inclusivo sia parte integrante di un percorso sociale e culturale orientato alla piena inclusività e chi invece sostiene che non è il linguaggio la strada per il cambiamento.

Al di là di queste opinioni, il problema sta proprio nell’ uso improprio che si fa.
In primis non si ha una piena conoscenza, non vi è esercizio e pertanto l’uso ne risente.
Non si è in grado di fare gli opportuni distinguo in base alle soggettività a cui ci rivolgiamo o di cui parliamo.

Si va quindi incontro alla prevalenza del maschile più spesso di quello che pensiamo, persino quando ci riferiamo a noi stesse.

Ad esempio, quando ci rivolgiamo ad un gruppo se composto da diverse soggettività ci rivolgiamo ad esso appellandoci al maschile.

– Buongiorno a tutti!- appunto.

Anche nei casi in cui nel gruppo la componente femminile è del 80% contro il 20% maschile, si ricorre al maschile cosa che al contrario non avviene. Basti pensare alle mail che riceviamo sul lavoro, agli incontri a cui partecipiamo, alle informative che leggiamo.

Noi non siamo inclusE.
Qui la E maiuscola non è un errore di battitura.
Non essere inclusE vuol dire non essere visibili, non essere riconosciute, non essere coinvolte.

Non esserci. Siamo quindi esclusE.

La questione si ripropone anche nell’ indicare ruoli sociali o professioni.
Termini quali maestra, casalinga, cameriera sono ampiamente usati al femminile mentre si storce ancora il naso di fronte a parole quali avvocata, medica, ingegnera, e l’elenco potrebbe continuare.

Ancora poche tra noi adottano ruoli e professioni al femminile e questo facilità la prevalenza del maschile a tutti gli ambiti. Le poche “coraggiose” si trovano a dover dare spiegazioni, raccogliere perplessità e puntualmente correggere l’interlocutore.

La scelta del linguaggio non è quindi secondaria. Attraverso il linguaggio e la scelta del linguaggio che utilizziamo siamo in grado di autodeterminarci e non farci determinare.

Scegliamo i nostri nomi, i nostri ruoli, i nostri pronomi, quelli con cui vogliamo essere identificate.
Scegliendoli, facciamoli rispettare e rispettiamoci.

In Lei

La verità

Bugiarda è forse una parola un po’ forte per descriverla. Lei non è bugiarda.
Piuttosto ha sempre preferito raccontare qualcosa che risulta verosimile. Simile alla verità, ma non la verità.

Aveva iniziato molto presto a raccontare bugie, piccole bugie. E sempre a fin di bene.
Come quella volta che da piccola raccontò a sua madre di aver fatto esattamente, come le era stato detto di fare, per non essere sgridata. E quando si accorse che questa piccola astuzia, se usata con moderazione, le evitava seccature pensò che non sarebbe stato così sbagliato usarla di tanto in tanto.

Inizialmente si era trattato di piccole bugie per evitare rimproveri o di essere messa in castigo.
Crescendo inizio a raccontarle per mantenere agli occhi degli altri un immagine irreprensibile, per rafforzare la sua posizione o per colmare lacune o mancanze.
Faceva particolare attenzione a cosa raccontava, come raccontava e a chi raccontava.
E archiviava accuratamente l’informazione per eventuali usi futuri, si intende.

Il segreto stava tutto nella preparazione.
Se si trovava in una situazione che immaginava avrebbe provocato conseguenze difficili da gestire e quindi un’inevitabile bugia, Lei le anticipava. Si preparava analizzando la situazione, sezionandola in tanti pezzi e costruiva a tavolino una situazione verosimile. Ed infine la ripeteva mentalmente più e più volte.
Ogni volta che ripercorreva mentalmente una nuova situazione, ecco che la arricchiva di nuovi dettagli affinché fosse il più credibile possibile. E la imparava a memoria al punto che finiva per crederci lei stessa!

Se funzionava quello che Lei raccontava?
A giudicare dal risultato sì.
Ci credevano, ci credevano per davvero.

Arrivò ad imparare così bene la parte che, in alcuni casi, sostenne la farsa per mesi se necessario.

Fu mai scoperta?
Non esattamente.
Ma ad un certo punto qualcosa iniziò a vacillare.

Si accorse che si tratta pur sempre di un lavoro a tempo pieno che richiedeva una grande inventiva, memoria e strategia.
E più di una volta pensò di arrendersi, raccontare la verità e affrontare le conseguenze.
Ma era più forte di lei. Ormai da troppo tempo raccontava una versione più colorata, viva e divertente della verità.

Lei non è da biasimare.
Non fa nulla che altre persone non fanno e cioè raccontare la sua verità. Colorandola, arricchendola di particolari più o meno reali, aggiungendo qua, togliendo là.

Il confine tra menzogna e verità è più sottile di quello che pensiamo.

Forse Lei più di altre né è consapevole.

In Pensieri di una cincinella

Jacinda

La recente notizia delle dimissioni della Prima Ministra della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, lo scorso giovedì ha fatto parlare molto la stampa internazionale ed ha offerto alla Cincinella un ottimo spunto di riflessione.

Non mi sono naturalmente soffermata sui titoli sensazionalistici delle principali testate giornalistiche, e neppure sulle motivazioni che l’hanno spinta ad intraprendere questa scelta, quanto più sulle dichiarazioni che lei stessa ha dato.

Nella sala stampa gremita Jacinda ha pronunciato un discorso chiaro e coinciso, che non ha lasciato spazio alle domande o alle perplessità.
Un misto tra emozione e responsabilità hanno accompagnato l’espressione del suo volto durante tutto il discorso.

Un discorso nel quale oltre ad annunciare le sue dimissioni da Prima Ministra, menzionando i sei anni di mandato e gli obiettivi raggiunti, ha posto l’accento sui concetti di “umanità” e di “gentilezza”.

Una leader che nel ripercorrere il percorso concluso ha riconosciuto l’importanza del ruolo che le altre persone attorno a lei hanno giocano. Si è detta orgogliosa degli obiettivi raggiunti da tutte le persone che compongono l’entourage politico. Più volte ha utilizzato il “noi”, lasciando al “io” le responsabilità rispetto alla scelta fatta.

Giustificando, per l’appunto, la sua scelta di dare le dimissioni da Prima Ministra e leader della coalizione laburista, ha ricordato che sono trascorsi sei anni. Alludendo alle sfide e agli ostacoli incontrati.
Ed ha sottolineato che anche lei è umana, i politici sono umani.
Ha dato tutto quello che ha potuto per tutto il tempo che ha potuto.
Ed ora è arrivato il tempo. Il tempo per lei di andare.

Nel concludere il discorso ha ringraziato i suoi concittadini neozelandesi per averle dato l’opportunità di ricoprire il più grande ruolo della sua vita. Ha aggiunto poi di augurarsi di aver lasciato, in cambio, la possibilità di essere gentili ma forti, empatici ma decisi, ottimisti ma oggettivi e che ognuno possa essere leader di sé stesso.
Un messaggio quello finale che riassume in modo esaustivo lo stile politico di Jacinda, ma non solo.
Un indirizzo di leadership.
Un nuovo modo di essere umani.

Gentile, ma forte
Empatica, ma decisa
Ottimista, ma oggettiva

1 In Pensieri di una cincinella

Grazie

Continuo il percorso con un Grazie.

E non il grazie che si insegna a dire ai bambini in segno di cortesia quando si ricevere qualcosa da qualcuno.
Un gesto automatico, non mosso da una reale e sentita gratitudine, quanto piuttosto da un esercizio di ripetizione chiamata educazione.

Un Grazie pieno di Gratitudine.
Quella gratitudine che racchiude in sé i significati di generosità, gentilezza e bellezza nel dare e ricevere.
Una gratitudine quasi trascendentale, perché permette di avvicinare le persone di farle sentire parte di un tutto e di rafforzare la relazione stessa.
Un antidoto all’abitudine, al dare per scontato quello che si ha e quello che si vive, al malessere.
Un booster che permette di reagire di fronte alle avversità, di dare la giusta spinta.

Ho personalmente sperimentato, di recente, questo sentimento.
In un momento di sconforto e tristezza ho avvertito il desiderio di scrivere, di scrivere parole di gratitudine.
Parole di riconoscenza che creano legami edificanti e umani.
E che mi hanno aiutato a vedere in modo nuovo e più ricco.

Colei a cui ho rivolto queste parole sarà felice di vederle anche qui scritte.
Ne sono certa.

Grazie…

grazie per i sorrisi che hai saputo regalarmi oggi,

grazie per la tua forza con cui affronti la vita,

grazie per l’esempio che mi dai,

grazie perché mi sono accorta ancora una volta che sei la persona da cui posso imparare,

grazie perché ogni volta sei fonte continua di stimoli,

grazie perché anche oggi sei riuscita a farmi innamorare di te

2 In Pensieri di una cincinella

Perché il Coaching?

Ho precedentemente raccontato cosa significa per me il Coaching, ma non perché il Coaching.

La prima volta che ho incontrato il Coaching è stato durante il mio percorso professionale.
Circa quattro anni fa, l’allora direttore commerciale dell’azienda per cui lavoravo oggi mio mentore, vedendo fin da subito in me un potenziale decise di darmi la possibilità di metterlo in luce. E lo fece attraverso il metodo del Coaching. Negli anni in cui abbiamo lavorato insieme ho potuto riconoscere e sviluppare il mio potenziale. Nel prefiggermi obiettivi,  individuare gli ostacoli e cercare il supporto nelle alleanze. I benefici erano evidenti non solo in ambito professionale, ma anche in quella personale. Stavo investendo tempo ed entusiasmo in qualcosa che in quel momento mi rendeva felice. Le modalità con cui fruivo il metodo forse non sono sempre state ortodosse, ma sicuramente efficaci.

Dopo un cambio di azienda e settore questo approccio per me fruttuoso è venuto sempre meno. Non avevo più ben chiari i miei obiettivi e iniziavo a dubitare delle mie potenzialità. Così decisi di investire nuovamente su di me e sulla mia formazione e scelsi la Scuola di Coaching Umanistico. Un percorso, questo, che mi ha dato la possibilità di investire nuovamente su me stessa indagando a fondo sulla mia persona per avviarmi ad un percorso fatto di obiettivi che hanno come fine ultimo la felicità. Il Coaching Umanistico, infatti unisce la filosofia umanista intesa come amore per la vita, fiducia nel potenziale umano e ricerca della propria felicità alla metodologia del Coaching. Si tratta di un percorso di crescita che punta all’ autorealizzazione nella forma più personale di felicità.

E a che punto sono arrivata di questo percorso di Coaching?
Oggi posso dire che grazie al Coaching sto realizzando progetti a cui tengo moltissimo e che fino a poco tempo fa pensavo essere difficili da concretizzare, come La Cincinella. Progetti in cui vedo si sta definendo non solo una crescita personale e professionale, ma anche la mia autorealizzazione. In questo senso sento molto presente una forma di gratitudine verso le alleanze ( Manuela la mia coach e il mio mentore) che si sono create nel tempo e anche verso me stessa.

Per rispondere alla domanda iniziale: Perché il Coaching?
Perché, e posso affermare con assoluta sicurezza, è un percorso che concretamente punta alla felicità.
Io lo sto facendo e spero che tu voglia iniziare questo percorso.

In Donne alleate e Uomini solidali

Manuela, la mia coach

Manuela, la mia coach

Manuela, la mia coach, l’ho conosciuta durante il Master in Coaching Umanistico della Scuola di Coaching Umanistico. Durante il percorso era importante iniziare a fare pratica attraverso le sessioni di coaching.
Io e Manuela ci alternavamo nel ruolo di coach e di cliente. Manuela era la mia coach.

Al primo incontro non sapevo esattamente cosa aspettarmi, non sapevo chi era e come ci saremmo trovate a collaborare insieme. I miei dubbi si sono dissipati dopo pochi incontri.
Più passavano le settimane, più le sessioni di coaching si susseguivano una dopo l’altra, più apprezzavo la mia coach. Apprezzavo il suo modo di porsi, il suo ascolto attento e concentrato e le sue restituzioni complete. Avvertivo la sua naturale empatia e la sua curiosità verso gli altri e il mondo. Ma soprattutto di volta in volta era chiaro il percorso che si stava delineando e grazie al quale, in qualità di coachee (cliente), ho raggiunto piena consapevolezza dei miei desideri di oggi e delle mie azioni di domani.
Ho realizzato quanto fossi stata fortunata a trovare Manuela, nel momento in cui durante un’esercitazione online, ho esordito dicendo che la mia prima alleata nel percorso che avevo intrapreso era proprio lei: la mia coach.
Sì, Manuela non è solo la mia coach, ma anche la mia alleata.
L’ho sempre sentita presente e dalla mia parte, pronta a fare il tifo per me.

A oggi Manuela è ancora la mia coach. Si dedica con successo ad un progetto che avvicina la pratica della mindfulness a quella dello yoga e, contemporaneamente, ha intrapreso la strada del coaching.
La nostra la definisco un’alleanza che, seppur nata e mantenuta a distanza, ha saputo condividere storie, esperienze, desideri e progetti. E si è sempre caratterizzata da una forte componente umana. Prima di essere coach e coachee siamo donne, siamo persone. Siamo alleate, lo siamo per davvero.

P.s. ti invito a conoscere Manuela e il suo progetto Ri.fiorisci

2 In Donne alleate e Uomini solidali

Donne alleate e uomini solidali

Il percorso di Coaching mi ha permesso, tra le altre cose, di elaborare alcune riflessioni e di trasformarle in veri e propri progetti. In particolare da una di queste è nato il mio:

Donne alleate e uomini solidali

Donne alleate e uomini solidali

Non un aforisma che allude alla parità di genere, ma un modello di innovazione culturale a cui aspirare.
Grazie anche al Coaching ho avuto modo di sperimentare un modello di non così complessa realizzazione, ma di sicura efficacia.

Parte della mia riflessione è partita soffermandomi su un’espressione diffusa secondo la quale le donne insieme non sanno lavorare. Al contrario si schierano l’una contro l’altra.
L’ho sentita spesso nel mondo del lavoro e in contesti in cui era richiesto di lavorare in team e sono rimasta sempre interdetta. C’è una percentuale maggiore di conflitti tra le colleghe? Esiste forse una statistica in merito? Conflitti tra colleghi certo posso capitare. Discussioni, divergenze, tensioni ci possono essere, ma soffermarsi sul fatto che accadono tra due donne, due uomini o un uomo e una donna è importante?

Al contrario penso che sia sempre importante ricordare che prima della nostra identità di genere, orientamento sessuale, età, etnia…siamo persone. È come tali dovremmo relazionarci.
Al lavoro, nello studio e nelle più diverse situazioni sociali si ha la fortuna di relazionarsi sempre con persone diverse anzi, uniche.
Conoscerle, capire chi sono e cosa pensano, creare un contatto diventa fondamentale soprattutto se si concorre a realizzare lo stesso obiettivo. Donne o uomini che differenza fa?


A riprova di questo posso affermare con assoluta serenità di aver trovato in alcune donne delle ottime alleate, non solo in ambito lavorativo, ma anche nell’attivismo e nella vita sociale.
Ho percepito l’energia di un’alleanza fatta di fiducia, stima e rispetto reciproco.
Per non parlare della tensione positiva che si genera quando si collabora guardando nella stessa direzione o si lavora allo stesso obiettivo: la concentrazione, l’incitamento e la gioia del risultato ottenuto.
Lella, Elena, Manuela, Luna, Raffaella… sono i nomi di alcune delle donne alleate che ho incontrato e altre con cui ho creato connessioni malgrado vissuti diversi.

E gli uomini?
Riccardo, Sergio, Antonio, Ivan, Francesco… nella mia esperienza personale posso annoverare diversi uomini che hanno dimostrato non solo sincera stima, e in alcuni casi amicizia, ma anche una solidarietà attiva. Sì, perché essere solidali vuol dire essere dalla parte di ed essere pronti a condividere le responsabilità e gli impegni.

A queste persone va la mia più profonda gratitudine, conoscerle e condividere percorsi di vita è un dono.

Nelle prossime pagine racconterò le storie di queste persone: donne alleate e uomini solidali