Ho pensato che vorrei iniziare a scrivere di coaching. Perché?
Perché anch’io come molte altre persone mi trovo a rispondere a una delle domande più gettonate: cosa faccio nella vita.
E quando spiego che, tra le altre cose, mi occupo di Coaching vedo nell’interlocutore un’espressione interrogativa e tal volta di ammirazione o sospetto.
Che cos’è il Coaching?
Mi sono spesso chiesta quale fosse la risposta più giusta da dare. Se rispondere in modo generico o spiegare con dovizia di particolari l’attività che svolgo. Non c’è mai una risposta giusta. Quindi ho deciso di prendermi un momento per spiegare con calma a me stessa e a chi mi legge che cos’è il Coaching per me.

Il Coaching è un’esperienza umana e relazionale autentica, che si può coltivare ogni giorno.
Per molti aspetti si può sperimentare il coaching senza esserne dei professionisti.
Come? Uscendo dalla propria confort zone e aprirsi all’alterità.
Predisponendosi all’ascolto e alla comprensione.
Che cos’è il Coaching?
Per meglio capire cosa intendo, riporto qui un esempio pratico che ho vissuto in prima persona.
Di recente ho avuto modo di osservare quest’esperienza su me stessa e sono rimasta piacevolmente colpita dalla naturalità con cui questa si è espressa.
Ho preso parte ad un progetto di attivismo internazionale in cui mi sono trovata a “convivere” per una settimana con attivist* di tutte le età, nazionalità e background. Tutt* abbiamo sperimentato la possibilità di relazionarci con l’altro aprendoci a nuove esperienze umane. Attraverso il dialogo e il confronto è stato possibile costruire un networking, in cui liberarsi per quanto possibile da pregiudizi e stereotipi.
La situazione che più ha permesso di smuovere e scuotere l’esperienza umana è stata nella difficoltà dell’altro. Interrogarsi, senza pregiudizi, sulle reali dinamiche emotive che si scatenano e mettono in difficoltà è stato parte dell’esperienza. In qualche modo significa cambiare punto di vista, pensare che ogni “mancanza” dell’altro sia mossa da una motivazione reale, non necessariamente pratica, ma che possa riguardare l’emotività.
Siamo, in generale, abituati a pensare che bisogna imparare a gestire la propria emotività soprattutto nei contesti sociali. Quindi non mostrare che sei in difficoltà, cerca di mascherare il tuo disappunto, non piangere davanti agli altri, non abbandonare la discussione, o piuttosto resta in silenzio.
Ma davvero serve fare questo? Rispondere che va tutto bene quando siamo in totale difficoltà? Non è forse esprimendo il nostro stato d’animo che riusciamo a smuovere l’emotività altrui e generare empatia e solidarietà?
Per esempio il pianto.
Ci è stato insegnato che piangere non serve: i bambini e le donne piangono, piangere è segno di debolezza. Ma piangere è un modo come un altro per esprimere uno stato d’animo, un sentimento, come anche ridere, parlare in tono concitato o sommesso, gridare…
Personalmente ho imparato a piangere qualche anno fa. Sì, ho imparato a piangere.
Prima me ne vergognavo, lo facevo di nascosto, in bagno preferibilmente cercando di trattenere il singhiozzo e mascherando gli occhi rossi.
Ad un certo punto, forse certa del sentimento che provavo e della necessità di esprimere quell’emozione, ho pianto davanti ad altri. È stato liberatorio. Permettere a quella emotività di uscire ed esprimersi è stato come abbracciarmi. Ho abbracciato la mia emotività. L’ho vissuta a pieno. Da allora se sento il bisogno di piangere lo faccio, come anche ridere, sbuffare, parlare in tono concitato… in barba a quello che pensano gli altri.
Quindi ognuno di noi può sperimentare in qualche modo il Coaching su di sé, ascoltandosi e facendolo in relazione con gli altri. E soprattutto ascoltando la propria emotività anche in relazione a quella altrui. Quindi, sì al pianto, al riso, allo stupore e alla noia… per vivere un’esperienza umana e relazionale autentica.
